Damiano Montero, il protagonista, vive la tragedia del suicidio della madre e, contestualmente appren- de la storia della sua famiglia e le atrocità commesse durante la dittatura argentina degli anni ’70, in un lungo flash-back che lo porta da Milano a Buenos Aires, alla ricerca del torturatore dei suoi genitori, con il proposito di vendicarli.
La lettera di Rosa è particolarmente toccante, poiché rivela il suo dolore e la sua incapacità di affrontare il passato e la sua confessione finale, in cui chiede a Damiano di vivere per entrambi, evidenzia il peso del trauma che ha portato con sé e l’impossibilità di trovare pace.
Il climax della storia si raggiunge nel momento in cui Damiano si trova faccia a faccia con il Capitano Castoldi, il possibile padre e torturatore, che però si
presenta come un vecchio fragile e gentile, totalmen- te diverso dal sadico assassino descritto dalla madre. Allora si pone la domanda: la natura di un uomo può cambiare oppure “ognuno rimane per sempre sé stesso, senza speranza?” e ancora: ha senso uccidere “per dimostrare a sé stesso di non essere un assassi- no”?
Un episodio banale ed imprevisto lascerà, comun- que, il dubbio sulla conclusione dell’atto di giustizia o sulla scelta di non perpetuare il ciclo di violenza ed odio.
Nel complesso, il testo è una riflessione profonda sulle conseguenze delle azioni umane, sulla ricerca di giustizia e sulla possibilità di redenzione.
La messa in scena è evocativa e coinvolgente, portando lo spettatore a riflettere su questioni morali e sull’eredità del passato.